jueves, 5 de abril de 2012

A Diogneto



El año pasado me pidieron una colaboración en Radio Vaticana sobre la cuestión vocacional. Se trataba de presentar el escrito "A Diogneto".


(El texto está en italiano, pero ya sabéis no es más que un español mal hablado)




_______________________________



Orizzonti cristiani

Radioquaresima 2011

“Che cosa vuoi da me?”
Alla scoperta della chiamata che cambia la vita


II. Tradizione e magistero.

14. A Diogneto.

Il breve scritto che prendiamo in considerazione costituisce una delle opere più interessanti e belle della letteratura cristiana antica. Considerata tradizionalmente parte del corpus dei Padri Apostolici, negli ultimi decenni si preferisce inquadrarla nel gruppo degli scritti apologetici in lingua greca. Niente si sa con certezza sull’autore, la data e il luogo di composizione. Le ipotesi sono tante, ma nessuna è abbastanza convincente. Esiste una maggiore unanimità riguardo al genere letterario. Spesso considerata una lettera o epistola, si tratta in realtà di un’apologia o meglio uno scritto protrettico o esortazione. Infine ricordiamo che l’opera è stata tramandata da un solo manoscritto il che spiega che abbia avuto una fortuna scarsa nella tradizione cristiana fino alla scoperta del testo nella metà del Quattrocento[1].

La struttura dell’A Diogneto è abbastanza semplice. Nell’introduzione presenta i temi sui quali si tratterrà posteriormente. L’intenzione dell’autore è rispondere alle domande di Diogneto, un pagano che vuole conoscere meglio la religione dei cristiani: “in quale Dio confidino e quale culto gli rendano, per essere portati tutti indistintamente a disdegnare il mondo, a disprezzare la morte e a non far conto, da una parte, degli dèi riconosciuti dai greci, né, dall’altra, osservare la superstizione dei giudei. Ancora ti chiedi di qual genere sia l’amore che hanno gli uni per gli altri, e perché mai questa nuova stirpe o pratica di vita abbia preso a esistere ora e non prima” (I, 1).

La critica al paganesimo occupa il secondo capitolo. Critica che nasce dalla necessità di superare le antiche superstizioni in modo di diventare un uomo nuovo. Il tema della nuova nascita ricorre diverse volte nello scritto (cf. XI, 2; XI, 4; XII, particolarmente XI, 4.6.). È un invito alla conversione, al cambiamento radicale di modo di vita: “Su, dunque, purificati da tutti i pregiudizi che t’imprigionano lo spirito, spogliati dell’abitudine acquisita che trae a inganno, diventa un uomo nuovo, quasi appena nato, così come nuovo (tu stesso l’hai riconosciuto) è il linguaggio che ti appresti ad ascoltare, e osserva –non solo con gli occhi ma anche con l’intelligenza–   quale sia la sostanza o quale la forma di quelli che continuate a chiamare e a ritenere dèi” (II, 1). Per quanto riguarda il giudaismo, capitoli III e IV, la critica è indirizzata al culto reso al unico vero Dio. Culto simile a quello pagano che diventa alla fine superstizione.

Dal capitolo quinto inizia il vero discorso sul modo di essere e di vivere dei cristiani. Lo stile impiegato fa di questo capitolo uno dei testi più belli della letteratura patristica. Le descrizioni sono semplici, chiare, senza la necessità di ulteriori spiegazioni, l’impiego delle contrapposizioni dona al testo un ritmo e una bellezza straordinari. Presenta i cristiani come persone assolutamente normali, integrate nella società ma radicalmente diverse dal resto dei cittadini: “Abitano ciascuno la sua patria, ma come stranieri residenti; a tutto partecipano attivamente come cittadini, e a tutto assistono passivamente come stranieri; ogni terra straniera è per loro patria, e ogni patria terra straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non abbandonano la loro prole. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Si trovano nella carne, ma non vivono secondo la carne. Passano la vita sulla terra, ma sono cittadini del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, eppure con la loro vita superano le leggi” (V, 5-10). L’autore, come vediamo, presenta tutto un modello di vita cristiano che rispecchia le parole di Gesù nel vangelo di Giovanni, “Se foste del mondo, il mondo amerebbe ciò che è suo, poiché invece non siete del mondo, ma io vi ho scelti dal mondo, per questo il mondo vi odia” (Gv 15, 18). Infatti subito dopo l’autore dell’A Diogneto presenta le difficoltà che trovano i cristiani in questo mondo: “Amano tutti, eppure da tutti sono perseguitati. Non sono conosciuti, eppure sono condannati; sono messi a morte, eppure ricevono la vita. Sono poveri, eppure rendono ricchi molti; sono privi di tutto, eppure abbondano in tutto. Sono disprezzati, eppure nel disprezzo sono glorificati; sono calunniati, eppure sono giustificati. Insultati, obbediscono; offesi, rendono onore. Fanno il bene, e sono castigati come malfattori; castigati, si rallegrano come se ricevessero la vita. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci sono perseguitati; e quanti li odiano non sanno dire la ragione della loro ostilità” (V, 11-17).

A continuazione si ferma sullo stesso argomento ma presentando un parallelismo molto eloquente: “ciò che l’anima è nel corpo, i cristiani lo sono nel mondo” (VI, 1). Nasce quindi un discorso sul modo di comportarsi dei cristiani nella società; ne fanno parte, ma in modo diverso al resto dei cittadini. È importante notare a questo punto che il soggetto del discorso sono i cristiani come individui e collettività e non il cristianesimo come dottrina. L’autore, senz’altro, vuole mostrare che il cristianesimo e soprattutto uno stile di vita. C’è anche, ovviamente, una parte dottrinale, sulla quale si fermerà subito dopo, ma certamente non è quella che interessa di più a uno che, come Diogneto, vuole conoscere e convertirsi al cristianesimo. Il Vaticano II (LG 38) cita il nostro testo quando parla dei fedeli laici e il loro modo di agire nel mondo[2].

Nel capitolo successivo ci rivela il vero contenuto della nuova religione: non è un’invenzione terrena, né un’idea mortale, né un’amministrazione di misteri umani, ma lo stesso Dio che si è fatto uomo (cf. VII, 1)[3]. Qui trovano i cristiani la loro forza, non in una mera dottrina, ma nella presenza di Dio nella loro vita, un Dio che scende per avvicinare gli uomini a lui e offrire loro la salvezza. La missione di Gesù Cristo è chiara, il Padre “l’ha inviato per chiamare, non per accusare; l’ha inviato per amare, non per giudicare” (VII, 5).

Critica infine, nel capitolo ottavo, l’insufficienza della filosofia pagana, propria di ciarlatani che non sono riusciti a sgranare il mistero di Dio, accessibile solo per mezzo della fede. Dono, la fede, nel quale l’elemento intellettuale si lega a quello etico.

Risponde quindi a una delle domande enunciate nell’introduzione, perché il cristianesimo si è manifestato nel mondo in questo momento e non prima. L’apparente ritardo dell’intervento di Dio nella storia, tema collegato intimamente a quello escatologico, non è altro che una dimostrazione della sua bontà e del suo rispetto per gli uomini. Quando l’uomo ha conosciuto la sua incapacità a conseguire il bene e la vita (cf. IX, 6), Dio ha mandato il proprio Figlio per la sua salvezza.

I due ultimi capitoli, infine, mostrano da una parte l’itinerario che deve seguire ogni persona che desidera questa fede: conoscenza, amore e imitazione di Dio (cf. X); dall’altra, la missione del cristiano che deve trasmettere quello che ha ricevuto e metterlo a disposizione di quelli che vogliono diventare discepoli della verità per ottenere la salvezza (cf. XI).




[1] Per un approfondimento maggiore, A Diognète, introduction, édition critique, traduction et commentaire de Henri Irénée Marrou, Paris, 1951; A Diogneto, introduzione, traduzione e note di Enrico Norelli. Milano, 1991.
[2] Analoga citazione la si trova nel decreto Ad Gentes (AG 15), anche se il testo usato non è fedele all’originale (cf. Norelli, p. 13, n. 5).
[3] Pure qui il Vaticano II cita l’A Diogneto nella Costituzione dogmatica sulla divina Rivelazione (DV 4), in un contesto più teologico.